Il cine-pugno

Un blog di "sadismo voyeurista sublimato in epistemofilia" (Christian Metz)
venerdì, 27 giugno 2008

I requisiti minimi del Cine-pugno.

  • Se pensi che Michael Bay sia un deficiente
  • Se pensi che Michael Mann sia solo un buon regista d'azione
  • Se pensi che Neri Parenti e i fratelli Vanzina debbano scomparire dalla faccia della Terra e che viviamo in uno “schifo di paese... con questo pubblico di merda che ci ritroviamo tra i piedi” (Kekkoz, Friday prejudice del 27 giugno 2008)
  • Se pensi che i migliori film italiani degli ultimi dieci anni siano Gomorra di Matteo Garrone o Il divo di Paolo Sorrentino o Tutta la vita davanti di Paolo Virzì o La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana
  • Se pensi che Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen sia il miglior film del 2008
  • Se pensi che Ken Loach sia un grande regista
  • Se pensi che Sylvester Stallone sia solo un vecchio palestrato rincoglionito
  • Se pensi che il miglior film di Michel Gondry sia Se mi lasci ti cancello
  • Se storpi i titoli dei film o i nomi dei loro autori per deriderli
  • Se chiami i film con i loro titoli originali
  • Se pensi che “un film passa prima sulla carta” e che “oltre al testo ci sta la bravura dell'attore e del regista” (Para di ParaChimy)
  • Se pensi che “la psicologia di un personaggio nasce sul testo, non sulla pellicola” (Para di ParaChimy)
  • Se ti chiedi se “il regista mette o meno il proprio sguardo nel film”
  • Se pensi che “Ah, non ci sono più registi di una volta, come Risi, Monicelli o Fellini, e attori come Mastroianni!”
  • Se pensi che gli ultimi film di Shyamalan siano delle boiate pazzesche
  • Se pensi che l'ultimo film di Coppola sia una boiata pazzesca
  • Se pensi che Mel Gibson sia un fascista e un inquisitore
  • Se pensi che Von Trier sia il più grande genio cinematografico della Terra
  • Se pensi che la sceneggiatura sia lo specifico filmico
  • Se leggi Gli spietati
  • Se Umberto Eco è il tuo Dio
  • Se non ti è piaciuto Miami Vice di Michael Mann (o ti è piaciuto per le ragioni sbagliate)
  • Se pensi “Al diavolo il digitale! Evviva l'analogico e la cara vecchia pellicola”
  • Se ti consideri un cinefilo
  • Se pensi che il contemporaneo sia solo fuffa
  • Se pensi che il cinema sia Arte

Allora clicca qui e lascia immediatamente questo blog.
postato da JerryGarcia85 alle ore 22:15 | Permalink | commenti (31) / commenti (31) (pop-up)
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sabato, 21 giugno 2008


L'incredibile Hulk di Louis Leterrier con Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, William Hurt... 8,5

L'incredibile Hulk, ovvero della metamorfosi. Tras-formazione: attraversamento di forme, come in una xilografia di Escher. Da Bruce Banner a Hulk, da Emil Blonsky ad Abominio, da Brasile a Guatemala, da innocua doccia a mitragliatrice... Non con uno stacco di montaggio, come nel discreto Jumper di Liman, ma con un movimento di macchina. Un movimento di macchina ci salverà tutti. Come in un sogno: quello di Bruce Banner, a inizio film, che riassume meravigliosamente l'antefatto in pochi minuti di struggente mélo. Cinema geometrico, nel senso che tenta di misurare il mondo a colpi di immagini, come ogni cinema (d'azione) moderno che si rispetti (Mission: Impossible III, Casino Royale, The Bourne ultimatum: Emmanuel Burdeau sui Cahiers du cinéma, Sergio Sozzo e Federico Chiacchiari su Sentieri selvaggi hanno scritto pagine mirabili a tal proposito), ma anche cinema metronomo che batte (scandisce/sconfigge) il tempo in maniera implacabile. Louis Leterrier è un protégé di Luc Besson (e quindi allievo del miglior cinema d'azione degli ultimi vent'anni: James Cameron, Kathryn Bigelow, Michael Mann, Michael Bay, Rob Cohen, Renny Harlin...), e si vede: il suo è puro cinema della superficialità, di superfici che ostacolano lo sguardo oppure colgono frammenti parziali di realtà, e quindi attraverso cui trasfigurare la visione (lo specchio lacaniano in cui si riflette Bruce Banner all'università, il mirino nightvision che non permette di inquadrare il mostro verde - “la notte in cui tutte le vacche sono nere” -, gli schermi dei pc in cui gettare virtualmente la macchina da presa - alla maniera di David Fincher o dei fratelli Wachowski, o di Luc Besson, appunto, quando immergeva la mdp nelle profondità/superfici marine di Atlantis o Le grand bleu -, la carrozzeria del taxi nella spassosa citazione di Taxxi di Gérard Pirès e Transporter: Extreme dello stesso Leterrier - entrambi scritti e prodotti da Besson -, il muro d'acqua attraverso cui si rifrange l'immagine di Hulk avvinghiato a Elizabeth).


Geniale anche l'operazione di riciclaggio del cast: Edward Norton si risveglia dopo il sogno finale de La 25 a ora, Liv Tyler è ancora una “figlia d'arte” (come nella vita) e Tim Roth, grazie al sangue di Hulk, vive di nuovo un'altra giovinezza.


Durante lo scontro finale, poi, è facile immaginarsi la lotta impari fra questo straordinario Hulk e quello goffo di Ang Lee, uno dei registi più impersonali del mondo e forse il più disonesto direttore attoriale sulla piazza (discutibile, per non dire deprecabile, la scelta di sottostimare il grande Eric Bana al solo scopo di evidenziare la matrice shakespeariana del personaggio di Nick Nolte, la cui bravura non richiede certo conferme di questo tipo), per di più sempre preoccupato di sciorinare le sue credenziali intellettuali (che orrore l'idea di girare un kolossal per adulti!): nella realtà, così come nel film, (L'incredibile) Hulk spacca!
postato da JerryGarcia85 alle ore 19:03 | Permalink | commenti (21) / commenti (21) (pop-up)
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lunedì, 26 maggio 2008

Caro Conte Nebbia,

    il tuo post è incredibile, nel senso che non è credibile. A parte la ruffianeria e la parzialità dell'intervento su Sentieri selvaggi (“sconvolto dalla stroncatura di Emiliani al film di Sorrentino ho pubblicato sul mio blog, che, per inciso, fa più di 300/350 visitatori al giorno...”: chi sei, Beppe Grillo?!), non si capisce perché ogni volta che qualcuno va contro il vostro parere, l'unica risposta possibile è l'attacco personale (“e soprattutto, riusciamo a trovare un altro hobby per il buon Emiliani?”, “Che ne dici dell'uncinetto?”: tutte amenità che ho sperimentato su me stesso e che purtroppo ho praticato anch'io, quand'ero – ahimè - nella Connection). In realtà il motivo lo si capisce benissimo, essendo l'insulto bonario (quello con l'emoticon annesso, il più pericoloso e detestabile) l'unica arma a vostra disposizione. Per curiosità: il film l'avete visto? Se sì, “come” l'avete visto? È il “come” quello che importa. Quel “come” che permette a Emiliani di scrivere quello che ha scritto e di avere dalla sua un'onestà e un'umiltà (umana e di sguardo) che non solo vi sognate, ma che non avrete (né avrò io stesso) mai. La critica non è fatta di accondiscendenza e collaborazionismo, di istituzioni da preservare (Sorrentino, Garrone... e nel passato, anche Fellini, Antonioni e tutta la Commedia all'italiana) e di Vero Cinema da difendere. Poi tu parli di “gang di Sentieri selvaggi”: allora vogliamo parlare della vostra di “gang”, composta da Pezzotta, Mazzarella, la Bellocchio, Bocchi (mi spiace includerlo, il suo Castoro su Mann lo conosco a memoria...) e che ci ritroviamo ovunque quasi fosse un pacchetto “all inclusive”? (Non che ci sia nulla di male, per carità, fatti loro/vostri: ma se di “gang” si parla...) Oppure vogliamo parlare della Connection stessa? Una community per cui o sei dentro (Viva Gondry! Viva Wes Anderson! Viva Garrone! Viva i Coen!) o sei un asociale. Mettiamoci d'accordo: i cineblog servono per parlare di cinema o per socializzare? Perché fra i commenti si legge sempre di tutto ma mai un parere che sia tale riguardo al film oggetto del post? “Evviva, siamo d'accordo!”, “Peccato, a me era piaciuto...”: sembra quasi che se il film non piace al blogger, non debba piacere nemmeno a noi.
    E non si prenda questo post come una difesa a spada tratta di Sentieri selvaggi o di Simone Emiliani: Sentieri selvaggi è in pieno declino (alcuni nuovi recensori, come Valeri e Spiniello, li vedrei bene nella Connection) e con Emiliani mi trovo spesso in disaccordo (vedi The new world, Apocalypto o Insomnia), eppure l'unica rivista che ancora PRODUCE CINEMA in Italia è proprio Sentieri selvaggi (e non FilmTv, nonostante l'arrivo del grande Giona Antonio Nazzaro, né SegnoCinema, che è buono per i parrucchieri). Se non ci fosse la "gang" di Sentieri selvaggi, saremmo già tutti sommersi dalle lagne borghesi e veltroniane di Giordana, Luchetti, Virzì e Ozpetek.
    Poi, quando parli di Buñuel e Rossellini... ma per piacere! Anche Welles odiava Rossellini, lo considerava un principiante. Ma dovresti sapere che gran parte dei cineasti, di cinema, non capisce nulla! Agiscono a livello inconscio, latente: sono pochi, ora come ora, quelli che mettono in pratica i loro studi teorici (me ne viene in mente uno: Paul Thomas Anderson, ad esempio). Quindi è inutile portare acqua al proprio mulino mettendo in mezzo il povero Buñuel (anche perché se fossi stato più onesto, avresti citato critici - e poi registi! - ben più autorevoli come Truffaut o Godard...).

Grazie per l'attenzione, Fabrizio Attisani
postato da JerryGarcia85 alle ore 19:59 | Permalink | commenti (25) / commenti (25) (pop-up)
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domenica, 25 maggio 2008

Chi è senza peccato...



Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg con Harrison Ford, Cate Blanchett, Shia LaBeouf, Karen Allen, Ray Winstone, John Hurt... 8,5

Giusto due parole prima che il film venga lapidato da critica e fans:
Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo è uno spettacolo “totalmente dentro il cinema”1 che infiamma gli occhi... il Più Grande Spettacolo del Mondo! Spielberg sfiora spesso il sublime (l'esplosione nucleare, il duello nella giungla, la caduta dalle cascate, il decollo dell'astronave...), riflette sulla paura della bomba e non riesce a cancellare i segni di morte che già caratterizzavano i suoi ultimi film (struggente il ricordo di Jones senior da parte di Indiana, mentre più divertente è quello di Marcus Brody, che anche da morto si prende una piccola rivincita...). Insomma, vi starete chiedendo: allora dove sta il problema? Il problema, come al solito, sono i fans. Che vorrebbero il film come se fosse girato negli anni '80, non accorgendosi che i primi a essere invecchiati sono loro e che se davvero fossero gli stessi di vent'anni fa, non potrebbero che emozionarsi e divertirsi ancora di fronte alle avventure del mitico Indiana Jones.

1. Giona A. Nazzaro

postato da JerryGarcia85 alle ore 17:29 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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venerdì, 23 maggio 2008


Gomorra di Matteo Garrone con Toni Servillo, Carmine Paternoster, Salvatore Cantalupo, Marco Macor, Ciro Petrone... 6,5

Per un attimo, mentre scorrono sullo schermo le gesta di Marco e Ciro che giocano a fare Scarface, Garrone sembra dirci che è il cinema a ispirare la mafia, e non il contrario: se quel che leggiamo è vero (una dichiarazione di fede nel cinema e nella sua capacità di intrecciare sogno e realtà), allora ci resta alquanto difficile capire il senso delle scelte garroniane, visto che oramai non ci riesce più di distinguere le immagini in movimento di Gomorra da quelle anonime dei telegiornali, con la folla che si accalca dietro ai nastri della polizia e i cadaveri coperti da un telo bianco.
Posto che tutto quello che (sembra) dirci Gomorra è stra-noto ai più, che ne resta del macchinario che ci coinvolge nella storia e ce la fa sentire? È come se ci stritolasse nell'attrito esistente fra oggettività (la macchina a mano sempre attaccata ai volti e alle nuche dei personaggi) e soggettività (ogni inquadratura studiata e cesellata fin quasi a lacerare il tessuto della pellicola), che trova perfino riscontro nella colonna sonora (alle canzoni dei neomelodici napoletani si alternano brani che si vorrebbero più ricercati, come la Herculaneum dei Massive attack scritta appositamente per il film): si aspira a Pasolini e Van Sant, e invece si ha solo la sensazione di un talento troppo distante e controllato per convincere davvero, su cui aleggia lo spettro dell'Autore che squadra il suo oggetto da lontano per guardarlo dall'alto in basso (la macchina da presa che sorvola i corpi per non sporcarsi del loro sangue o il punto di vista assolutamente estraneo durante i rilievi della polizia in seguito all'omicidio della signora Maria).

postato da JerryGarcia85 alle ore 18:05 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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sabato, 17 maggio 2008


Speed Racer di Andy e Larry Wachowski con Emile Hirsch, Christina Ricci, John Goodman, Susan Sarandon, Matthew Fox... 9

Curioso come certi critici parlino di cose che presumibilmente non conoscono. A meno di non immaginarci un Paolo Mereghetti campione di Gears of war o una Mariarosa Mancuso impegnata in tornei notturni di Winning eleven, non si capisce su quali basi la maggior parte della critica italiana possa definire il nuovo film dei fratelli Wachowski un “film-videogioco” (e arrivare persino a sostenere, in un controsenso clamoroso, che sia un film “noioso”). Ora i punti sono due: innanzitutto, perché parlare di videogiochi, quando probabilmente non si sa nemmeno cosa siano? (Quando non si sa nemmeno cos'è il cinema, verrebbe da aggiungere...) E secondo, perché quest'abitudine di schernire i film accostandoli a cose tutt'altro che da biasimare? Film-videogioco, film-giocattolo, film-panettone... Quanto può essere stata triste l'infanzia di questi critici, nonché il resto della loro vita?
Ebbene sì, Speed Racer è un film-videogioco. Un film-giocattolo. Un film-panettone. Un film-caramella. Di quei videogiochi, giocattoli, panettoni e caramelle che solo la saggezza dei bambini sa apprezzare. Speed Racer è un bacio a lungo atteso, un riflesso di luce a forma di cuore, un sogno lungo un giorno; un miscelatore anarchico di sogni (Lucas, Coppola, Matrix...) e videogame (vengono in mente alcuni capolavori videoludici come Gran Turismo, Project Gotham Racing e Wipeout 2097). Attenzione però, perché non ha una sceneggiatura dei fratelli Coen né di Charlie Kaufman ed è probabilmente il miglior film automobilistico (film-macchina?) della storia del cinema (insieme a Cars di John Lasseter e Joe Ranft e Driven di Renny Harlin: guarda caso, altri due film derisi proprio per il loro darsi ingenuo – eppure teorico - al proprio pubblico). Quindi?
Sublime.

postato da JerryGarcia85 alle ore 15:19 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
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sabato, 03 maggio 2008


Iron Man di Jon Favreau con Robert Downey Jr., Jeff Bridges, Gwyneth Paltrow, Terrence Howard... 7

Come prendere questo Iron Man? Pur rimanendo convinti che sarebbe servito un cineasta del pari di Rob Cohen per rendere questo film veramente formidabile (vengono in mente alcuni straordinari film aerei come Stealth - Arma suprema o xXx), questo Iron Man non può non piacerci. Merito di Robert Downey Jr., senza dubbio: un gigante di ferro leggero leggero (irony man...), lontano mille miglia dagli esibizionismi mimetici da Actors studio e autentico corpo dal quale scaturisce cinema (ricordate il bellissimo The singing detective di Keith Gordon? O i Transformers bayiani che proiettavano dagli occhi le immagini della guerra fra Decepticon e Autobot?). Anche perché Jon Favreau è nulla più di un onesto professionista hollywoodiano, invisibile e umile (guardate che ruolo si è scelto – quello dell'autista di Tony Stark - e come omaggia spudoratamente il mentore/capoufficio Lucas nella sequenza della fuga dalla caverna dei terroristi e in quella del trapianto di “cuore” ad opera della bella Pepper Potts), evidentemente non a proprio agio con l'action movie: di fronte alle peripezie aeree di caccia, missili e supereroi ci saremmo aspettati un filmico ben più dinamico e non un semplice lavorio di montaggio che sarebbe stato più opportuno nella messa in scena di un dialogo da commedia (abbondano i campi e controcampi, tanto da far pensare a qualcuno che questo film fosse una "commedia divertente"...). Il vero limite di Jon Favreau è quello di rimanere a metà del guado, per paura forse, o più probabilmente per mancanza di talento: né ci precipita nel cuore/occhio di Tony Stark/Iron Man (che è poi anche il cuore/occhio di Pepper Potts, come gli occhi di Mary Jane Watson erano gli stessi di Peter Parker/Spider-man nella trilogia-capolavoro di Sam Raimi) né riesce a cogliere l'essenza materica di un genere (di un cinema!) che vorremmo sempre più macchinico e non meccanico (e il 9 maggio è in arrivo l'attesissimo Speed racer dei fratelli Wachowski).


Curioso come a sottolineare la (presunta) virilità yankee di Iron Man ci siano in colonna sonora due band come gli AC/DC (Back in black) e i Black Sabbath (Iron Man, appunto), una australiana, l'altra inglese: e se il paradosso fosse voluto?


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mercoledì, 27 febbraio 2008

Ai fratelli Coen preferisco Rob Cohen



John Rambo di Sylvester Stallone con Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden, Graham McTavish, Paul Schulze... 9

C'è una scena, subito prima dello struggente finale che non vi rivelerò, clamorosamente ed esplicitamente metacinematografica, epitome di un film altrettanto clamoroso ed esplicito: Rambo/Stallone che osserva il campo di battaglia, gli occhi di un cinema allo stesso tempo personale e genuinamente popolare: i corpi smembrati, il sangue, il fango e un uomo e un cinema che non abbassano mai lo sguardo, non di fronte alla violenza e alla morte: la guerra non è finita, l'abbiamo nel sangue (non si uccide per soldi né a comando), non si può cambiare niente: eppure (ed è questa una lezione prettamente eastwoodiana, derisa dai molti cinici che infestano i quotidiani e la rete) un controcampo è ancora possibile... anche perché il cinema non cambierà il mondo ma il mondo cambia il cinema eccome, ed è questo che ci preme anzitutto.
Quindi John Rambo saluta i sopravvissuti, come già Rocky prima di lui, ed esce di scena. Sia essa il ring, il campo di battaglia, il set o la vita, non importa: dopo tutto sono la stessa cosa.
Certo, a John Rambo potreste anche preferire il film dei due finti intellettuali, quelli i cui film puzzano di morte del cinema; quelli il cui cinema manca completamente di gesto, un cinema di forme svuotate che gioca sempre sul sicuro e “fa sentire pubblico e critica tanto intelligenti” (Simone Emiliani, Sentieri selvaggi): ma in tal caso sareste proprio quel pubblico e quella critica.

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lunedì, 18 febbraio 2008

"Se dice Il petroliere, no There will be blood"



Il petroliere di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Ciarán Hinds, Dillon Freasier... 9,5

Il petroliere è senza dubbio il film di un regista che non ha studiato cinema ma il cinema. Basti guardare lo straordinario e kubrickiano incipit in cui Daniel Plainview “battezza” la macchina da presa col petrolio, proprio come il vero padre di H.W. fa col figlio un attimo dopo (e ben prima del finto battesimo di Plainview ad opera di Eli Sunday); la stessa macchina da presa che durante la prima riunione cittadina non sa se centrare sullo schermo il Padre oppure il Figlio: prima l'uno, poi l'altro e infine entrambi, cioè nessuno dei due: padre e figlio (adottato) simmetricamente divisi, col primo che spesso lascia il campo al secondo, rimasto così solo e al margine dell'inquadratura (segno anticipatore di una sorte che non attiene esclusivamente al piano della composizione dell'immagine); e infine quei movimenti di macchina meravigliosamente postmoderni, dapprima subordinati (e quindi classici) per poi rivelarsi come tracce di un'enunciazione più libera e moderna.
L'ultimo film di Paul Thomas Anderson potrebbe considerarsi parte di un trittico immaginario, insieme a quell'altro grande e sottovalutato saggio sull'imprenditoria americana che è American gangster di Ridley Scott e al notevole La ricerca della felicità di Gabriele Muccino.

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martedì, 12 febbraio 2008


"L'invidia di ieri non è già finita:

stasera vi invidio la vita."
postato da JerryGarcia85 alle ore 00:27 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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