
L'incredibile Hulk, ovvero della metamorfosi. Tras-formazione: attraversamento di forme, come in una xilografia di Escher. Da Bruce Banner a Hulk, da Emil Blonsky ad Abominio, da Brasile a Guatemala, da innocua doccia a mitragliatrice... Non con uno stacco di montaggio, come nel discreto Jumper di Liman, ma con un movimento di macchina. Un movimento di macchina ci salverà tutti. Come in un sogno: quello di Bruce Banner, a inizio film, che riassume meravigliosamente l'antefatto in pochi minuti di struggente mélo. Cinema geometrico, nel senso che tenta di misurare il mondo a colpi di immagini, come ogni cinema (d'azione) moderno che si rispetti (Mission: Impossible III, Casino Royale, The Bourne ultimatum: Emmanuel Burdeau sui Cahiers du cinéma, Sergio Sozzo e Federico Chiacchiari su Sentieri selvaggi hanno scritto pagine mirabili a tal proposito), ma anche cinema metronomo che batte (scandisce/sconfigge) il tempo in maniera implacabile. Louis Leterrier è un protégé di Luc Besson (e quindi allievo del miglior cinema d'azione degli ultimi vent'anni: James Cameron, Kathryn Bigelow, Michael Mann, Michael Bay, Rob Cohen, Renny Harlin...), e si vede: il suo è puro cinema della superficialità, di superfici che ostacolano lo sguardo oppure colgono frammenti parziali di realtà, e quindi attraverso cui trasfigurare la visione (lo specchio lacaniano in cui si riflette Bruce Banner all'università, il mirino nightvision che non permette di inquadrare il mostro verde - “la notte in cui tutte le vacche sono nere” -, gli schermi dei pc in cui gettare virtualmente la macchina da presa - alla maniera di David Fincher o dei fratelli Wachowski, o di Luc Besson, appunto, quando immergeva la mdp nelle profondità/superfici marine di Atlantis o Le grand bleu -, la carrozzeria del taxi nella spassosa citazione di Taxxi di Gérard Pirès e Transporter: Extreme dello stesso Leterrier - entrambi scritti e prodotti da Besson -, il muro d'acqua attraverso cui si rifrange l'immagine di Hulk avvinghiato a Elizabeth).


Giusto due parole prima che il film venga lapidato da critica e fans: 


Per un attimo, mentre scorrono sullo schermo le gesta di Marco e Ciro che giocano a fare Scarface, Garrone sembra dirci che è il cinema a ispirare la mafia, e non il contrario: se quel che leggiamo è vero (una dichiarazione di fede nel cinema e nella sua capacità di intrecciare sogno e realtà), allora ci resta alquanto difficile capire il senso delle scelte garroniane, visto che oramai non ci riesce più di distinguere le immagini in movimento di Gomorra da quelle anonime dei telegiornali, con la folla che si accalca dietro ai nastri della polizia e i cadaveri coperti da un telo bianco. 


Curioso come certi critici parlino di cose che presumibilmente non conoscono. A meno di non immaginarci un Paolo Mereghetti campione di Gears of war o una Mariarosa Mancuso impegnata in tornei notturni di Winning eleven, non si capisce su quali basi la maggior parte della critica italiana possa definire il nuovo film dei fratelli Wachowski un “film-videogioco” (e arrivare persino a sostenere, in un controsenso clamoroso, che sia un film “noioso”). Ora i punti sono due: innanzitutto, perché parlare di videogiochi, quando probabilmente non si sa nemmeno cosa siano? (Quando non si sa nemmeno cos'è il cinema, verrebbe da aggiungere...) E secondo, perché quest'abitudine di schernire i film accostandoli a cose tutt'altro che da biasimare? Film-videogioco, film-giocattolo, film-panettone... Quanto può essere stata triste l'infanzia di questi critici, nonché il resto della loro vita? 


Come prendere questo Iron Man? Pur rimanendo convinti che sarebbe servito un cineasta del pari di Rob Cohen per rendere questo film veramente formidabile (vengono in mente alcuni straordinari film aerei come Stealth - Arma suprema o xXx), questo Iron Man non può non piacerci. Merito di Robert Downey Jr., senza dubbio: un gigante di ferro leggero leggero (irony man...), lontano mille miglia dagli esibizionismi mimetici da Actors studio e autentico corpo dal quale scaturisce cinema (ricordate il bellissimo The singing detective di Keith Gordon? O i Transformers bayiani che proiettavano dagli occhi le immagini della guerra fra Decepticon e Autobot?). Anche perché Jon Favreau è nulla più di un onesto professionista hollywoodiano, invisibile e umile (guardate che ruolo si è scelto – quello dell'autista di Tony Stark - e come omaggia spudoratamente il mentore/capoufficio Lucas nella sequenza della fuga dalla caverna dei terroristi e in quella del trapianto di “cuore” ad opera della bella Pepper Potts), evidentemente non a proprio agio con l'action movie: di fronte alle peripezie aeree di caccia, missili e supereroi ci saremmo aspettati un filmico ben più dinamico e non un semplice lavorio di montaggio che sarebbe stato più opportuno nella messa in scena di un dialogo da commedia (abbondano i campi e controcampi, tanto da far pensare a qualcuno che questo film fosse una "commedia divertente"...). Il vero limite di Jon Favreau è quello di rimanere a metà del guado, per paura forse, o più probabilmente per mancanza di talento: né ci precipita nel cuore/occhio di Tony Stark/Iron Man (che è poi anche il cuore/occhio di Pepper Potts, come gli occhi di Mary Jane Watson erano gli stessi di Peter Parker/Spider-man nella trilogia-capolavoro di Sam Raimi) né riesce a cogliere l'essenza materica di un genere (di un cinema!) che vorremmo sempre più macchinico e non meccanico (e il 9 maggio è in arrivo l'attesissimo Speed racer dei fratelli Wachowski). 


C'è una scena, subito prima dello struggente finale che non vi rivelerò, clamorosamente ed esplicitamente metacinematografica, epitome di un film altrettanto clamoroso ed esplicito: Rambo/Stallone che osserva il campo di battaglia, gli occhi di un cinema allo stesso tempo personale e genuinamente popolare: i corpi smembrati, il sangue, il fango e un uomo e un cinema che non abbassano mai lo sguardo, non di fronte alla violenza e alla morte: la guerra non è finita, l'abbiamo nel sangue (non si uccide per soldi né a comando), non si può cambiare niente: eppure (ed è questa una lezione prettamente eastwoodiana, derisa dai molti cinici che infestano i quotidiani e la rete) un controcampo è ancora possibile... anche perché il cinema non cambierà il mondo ma il mondo cambia il cinema eccome, ed è questo che ci preme anzitutto.


Il petroliere è senza dubbio il film di un regista che non ha studiato cinema ma il cinema. Basti guardare lo straordinario e kubrickiano incipit in cui Daniel Plainview “battezza” la macchina da presa col petrolio, proprio come il vero padre di H.W. fa col figlio un attimo dopo (e ben prima del finto battesimo di Plainview ad opera di Eli Sunday); la stessa macchina da presa che durante la prima riunione cittadina non sa se centrare sullo schermo il Padre oppure il Figlio: prima l'uno, poi l'altro e infine entrambi, cioè nessuno dei due: padre e figlio (adottato) simmetricamente divisi, col primo che spesso lascia il campo al secondo, rimasto così solo e al margine dell'inquadratura (segno anticipatore di una sorte che non attiene esclusivamente al piano della composizione dell'immagine); e infine quei movimenti di macchina meravigliosamente postmoderni, dapprima subordinati (e quindi classici) per poi rivelarsi come tracce di un'enunciazione più libera e moderna. 

